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La nascita di Gesù

L'appartenenza di Giuseppe e della sua famiglia al casato di  Davide, che era originario di Betlemme, ebbe una conseguenza  nel campo civile, in occasione del censimento ordinato da Roma  ed eseguito da Quirino governatore della Siria. 

In Oriente era molto forte l'attaccamento al proprio luogo  d'origine. L'attaccamento al luogo d'origine formava presso gli  ebrei la base di un censimento, e i romani nel primo censimento  di Quirino seguirono questa norma locale per ragioni politiche.  Possono essere fatte due obiezioni contro il racconto di Luca.  Poteva un rappresentante di Roma fare un censimento nei  territori di Erode, re amico e alleato di Roma? La cosa era non  solo possibile, ma naturale data la sudditanza assoluta di Erode  da Augusto. Quanto alla maniera giudaica seguita nel censimento  invece di quella romana, che si rifaceva al domicilio attuale del-  l'individuo e al luogo dove aveva dei possedimenti, questo con-  ferma la storicità del racconto dell’evangelista Luca. I romani  erano esperti politici e sapevano evitare difficoltà di governo e  non urtare la suscettibilità dei popoli soggetti a Roma senza una  ragione valida. Il censimento di un popolo straniero, costituiva  un’operazione pericolosa, perché era la prova della soggezione  di quel popolo. Roma non guardava molto le formalità. 

Ordinato il censimento, Giuseppe dovette andare a Betlemme  perché egli era del casato e della famiglia di Davide la quale era  originaria di Betlemme. La città situata a nove chilometri da Ge-  rusalemme, all’altezza di 778 metri sul mare, all’origine si  chiamava Bet-Lacamu, divinità dei babilonesi, venerata anche  dai cananei, nome cambiato poi dagli ebrei in Bet-lehem "Casa  del pane". In essa si insediò il casato di Efrata (1 Cronache 2, 50-  54), quindi il luogo fu chiamato sia Efrata, sia Betlemme. In essa,  discendendo dal ramo di Jesse, era nato David (Rut 4,22). 

Da Nazaret a Betlemme ci sono 150 chilometri, era dunque  un viaggio di tre o quattro giorni con le carovane di allora.  Giuseppe vi si recò con Maria. Il viaggio fu molto difficile per  Maria, tenuto conto delle strade di allora. Giunti a Betlemme tro-  varono una situazione disastrosa a causa della molta gente che  vi era accorsa. L'evangelista Luca chiama il caravanserraglio  albergo, il quale consisteva in uno spazio a cielo aperto, recinto  da un muro alto, con una sola porta. Lungo uno o più lati del  muro vi era un portico di riparo che a volte era chiuso da muretti,  e così formava uno stanzone, con a fianco qualche cameretta. Gli  animali erano radunati nel mezzo del cortile e le persone si met-  tevano sotto il portico o dentro lo stanzone finché c'era posto, al-  trimenti si accampavano fra le bestie. Le camerette erano riservate  a chi poteva permettersi quella comodità pagando. Là si trattava  di affari, si cantava, si dormiva per modo di dire. 

Luca dice che quando Giuseppe e Maria giunsero a Betlemme  "non c'era posto per loro nell’albergo" (2, 7), nel senso che Maria  non poteva stare in quell’ambiente, date le sue condizioni.  Luca scrive: "Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si com-  pirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio pri-  mogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia (2, 6-  7). La mangiatoia richiama alla mente una stalla, che si trovava,  secondo l'uso di allora, in una grotta, in una piccola caverna sul  fianco di qualche collinetta vicina al villaggio. I due sposi presero  posto in quella grotta solitaria. Giuseppe avrà preparato un  giaciglio di paglia pulita, in un angolo più adatto e meno sudicio.

Testimonianze antiche, oltre i Vangeli, parlano della grotta.  Il martire Giustino, palestinese di nascita, nel secondo secolo  dopo Cristo, scrive: "Essendo nato allora il bambino in Betlemme,  poiché Giuseppe non aveva in quel villaggio dove albergare,  stette in una grotta vicina al villaggio. Maria partorì il Cristo e lo  pose in una mangiatoia" (Dialogo con Trifone 78). 

Origene, nel secolo terzo dopo Cristo, attesta anche lui la  grotta e la mangiatoia, e si richiama alla tradizione notissima in  quei posti e anche presso i lontani dalla fede (Contro Celso, I, 57).  Sulla base di questa tradizione Costantino nel 325 fece costruire  sulla grotta la grande basilica (cfr. Eusebio, Vita Costantini, lII, 41-  43), che nel 333 fu ammirata dal pellegrino di Bordeaux e che ri-  spettata, nel 614, dai persiani invasori esiste ancora.  La basilica fatta costruire dall'imperatore Costantino pose  fine alla profanazione di quel luogo santo. Dopo l'insurrezione  giudaica, guidata da Bar-Kokeba, vi fu la terribile repressione  dell'imperatore Adriano, nel 135 dopo Cristo. La Palestina fu pa-  ganizzata. Gerusalemme diventò la pagana Aelia Capitolina, con  un tempio a Giove sul luogo del tempio ebraico e un tempio ad  Afrodite sul luogo della morte di Gesù; si impiantò attorno alla  grotta di Betlemme il culto di Adone-Tammuz con il boschetto,  dove avvenivano le orge lussuriose. 

Dopo questa breve digressione, torno al racconto lucano.  Venuto alla luce Gesù, Maria lo fasciò e lo pose in una mangiatoia.  Queste parole ci dicono che il parto avvenne senza l'assistenza  di altre persone. 

Il parto verginale di Maria è indolore e senza spargimento di  sangue. Leggendo la Sacra Scrittura anche con l'aiuto della Tradi-  zione, possiamo dire che il parto verginale, come gli altri prodigi  narrati dai Vangeli, è un segno, è un evento che racchiude un  messaggio che ci dice: Gesù è Dio. La divinità di Cristo è la spie-  gazione del prodigio. Il parto verginale richiama il concepimento  verginale. Il parto verginale di Maria è il segno di un Dio salvatore.  Che Maria non abbia conosciuto le doglie del parto nel dare alla  luce il Figlio, è un segno che va interpretato come i miracoli  operati da Gesù quando guariva le persone oppresse dai mali  anche fisici. È l'inizio del regno di Dio che si manifesta con la pre-  senza salvifica di Cristo, il quale trasfigurerà anche il nostro  corpo fragile e mortale, conformandolo al suo corpo glorioso.  La nascita indolore di Cristo è segno della seconda nascita,  quella della sua risurrezione e di quanti l'avranno accolto nella  fede. Un corpo glorificato come quello di Cristo risorto, è  l'immagine esemplare della redenzione da ogni forma di sofferenza  fisica e morale nella vita del mondo che verrà.  È compito dell'antropologia odierna, tanto sensibile all'unità  di corpo e spirito della persona umana, leggere il segno salvifico  della generazione verginale di Cristo. 

È proprio la corporeità dell'uomo ad esservi coinvolta. La  salvezza di Cristo attinge anche la carne e il sangue.  Quanto al parto indolore di Maria, che la Tradizione afferma  senza contestazione dal quarto secolo, è incredibile che si sia co-  minciato a contestarlo al momento stesso in cui il progresso  scientifico portava il parto indolore per le donne. Certi teologi e  predicatori hanno cominciato a celebrare le sofferenze gravi di  Maria alla nascita del Salvatore nel momento in cui le cliniche  ostetriche denunciavano i dolori del parto come una realtà  disumana. TI modo col quale il Verbo incarnato uscì dal grembo  materno preludeva al modo col quale egli sarebbe uscito dall’altro  grembo, che fu il suo sepolcro. Gesù risuscitò lasciando intatti i  sigilli della tomba, non sciolse le bende nelle quali era avvolto e  poi entrò a porte chiuse nel luogo dove erano radunati i discepoli.  Tra questi due eventi salvifici vi è una connessione. Come Cristo è  uscito dal sepolcro in quella maniera per entrare nella sua gloria,  così egli è uscito dal seno di sua madre per venire in mezzo a noi.

Molte altre considerazioni si potrebbero fare sul parto indolore.  Nel libro della Genesi leggiamo che Eva ha generato i figli nel  dolore a causa del peccato originale. Maria fu preservata da  questa colpa e quindi anche dal dolore legato alla maternità. 

Maria è l'antieva in tutto.