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Il problema dell'autorità

Al tempo di Gesù, quando si pensava al Messia si prospettava  un destino di gloria. Ma Gesù rovescia le posizioni. Come il  Maestro, anche il discepolo è chiamato non a dominare, ma a  servire e a dare la vita. Quindi nella comunità di Gesù non ha  senso rivendicare i primi posti. 

Anche l'autorità della gerarchia non può riferirsi ai modelli  politici della società. Unico modello è il Figlio dell'uomo.  Ai due discepoli Giacomo e Giovanni i quali chiedono i  primi posti, Gesù risponde: "Voi non sapete ciò che domandate.  Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con il  quale io sono battezzato?" (Marco 10, 38). 

Il calice nella tradizione biblica indica anche il calice della  gioia, ma più spesso la coppa del dolore e dell’amarezza: è la  coppa della collera di Dio che giudica gli empi, il popolo infedele,  l'umanità peccatrice. Gesù solidale con l'umanità berrà questo  calice fino all'ultima goccia. Il battesimo indica l'immersione, la  partecipazione di Gesù, il suo coinvolgimento senza riserve nella  sorte dell'umanità segnata da quel peccato che ha portato la morte.  Gesù esprime il Figlio dell'uomo non nel senso del potere e  del dominio, ma come il Servo di Iahvé che dona la sua vita per  molti, parola questa che vuole dire tutti e tanti. La parola riscatto  non dice un prezzo sborsato a qualcuno, non a Dio, né tanto  meno al diavolo. Dio non è come l'uomo, egli ci libera non con-  trattando, ma gratuitamente per amore. 

Per comprendere l'originalità della concezione dell’autorità,  Cristo si serve di due paragoni, uno negativo e l'altro positivo.  Gesù dice non concepite l'autorità al modo dei principi del  mondo. Ispiratevi invece all'esempio del Figlio dell'uomo che è  venuto per servire e non per essere servito. È questa la sequela  che tutti devono praticare e in primo luogo quelli che sono  costituiti in autorità.